La mano di pietra in Corso Matteotti 45

Al civico 45 di Corso Matteotti, da più di un secolo, una mano di pietra spunta da un portone…

Torino e i misteri, una storia d’amore. Potrebbe tranquillamente intitolarsi così questa ennesima commistione tra la nostra città e quella scia di segreti che spesso la percorre in lungo e in largo.

Questa volta siamo in Corso Matteotti (Corso Oporto, per i nostri nonni), precisamente al civico numero 45, dove incontriamo un bel palazzo in stile eclettico. Ad una prima occhiata, tutto sembra assolutamente normale: passanti, parcheggi, una pensilina. Eppure. Eppure, se alziamo lo sguardo per posarlo appena sopra il portone, ecco che qualcosa di strano c’è eccome.

Si tratta di una mano in pietra, intenta ad indicare (o tenere) un foglio. Quasi invisibile anche all’osservatore più attento. Di chi è quella mano e, soprattutto, come è finita in Corso Matteotti?

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Uno yacht d’altri tempi: il bucintoro dei Savoia

Direttamente dai cantieri veneziani, arrivò a Torino nel 1731 per rimanerci.

Nel leggere un titolo del genere, l’occhio dell’esperto noterebbe immediatamente un’incongruenza. Già, perché avvicinare due termini geograficamente e storicamente distanti come Bucintoro e Savoia potrebbe sembrare azzardato. Tuttavia, non lo è affatto.

Il Bucintoro. La galea che apparteneva ai Dogi di Venezia, utilizzata nella solenne festività religiosa dell’Ascensione durante uno degli eventi più importante della Repubblica: lo Sposalizio del Mare. Durante il rito, il Doge, a bordo del Bucintoro, lasciava cadere in acqua un anello, a simboleggiare l’unione indissolubile tra la sua città e il mare; un rito propiziatorio e grandioso, che aveva nel Bucintoro uno dei protagonisti indiscussi.

Pare incredibile, ma nessuna di queste imbarcazioni veneziane è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Tranne una: il piccolo Bucintoro dei Savoia, conservato oggi nelle sale della Reggia di Venaria, decisamente lontano dal suo ambiente naturale.

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Francesco Delpero, il feroce bandito piemontese

Sulle orme di uno dei più brutali briganti piemontesi.

I briganti ottocenteschi, è risaputo, possono appartenere generalmente a due distinte categorie. La prima: personaggi cavallereschi, alla Robin Hood per intenderci, dal temperamento ardito e graditi alle folle, che rivedono in loro esempi di coraggiosa ribellione al sistema.

La seconda categoria, molto meno onorevole, è quella dei banditi tagliagole, dalla barba nera, avvolti in logori tabarri, spesso nascosti nel buio delle strade come predatori notturni e pronti a depredare (se non a uccidere) il malcapitato bersaglio.

Francesco Delpero, nato a Canale il 18 settembre del 1832, appartiene decisamente al secondo gruppo.

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La tormentata guglia della Mole Antonelliana

Distrutta da due nubifragi, la guglia della Mole Antonelliana è oggi sormontata da una stella a dodici punte.

Simbolo per eccellenza di Torino e uno tra i monumenti più famosi di tutta Italia, la Mole Antonelliana è stata per anni non soltanto l’edificio più alto della città, ma la costruzione in muratura più alta del mondo.

Dopo le alterne vicende burocratiche che ne hanno caratterizzato i lavori di completamento, altri tormentati eventi hanno segnato l’esistenza della Mole: la guglia, in particolar modo, è stata bersaglio delle potenti forze della natura, che per ben due volte ne hanno stravolto la fisionomia.

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Storia del Buco di Viso, il primo traforo alpino

Il Buco di Viso: quando i tunnel alpini si scavavano a mani nude.

Molto tempo prima della questione TAV, Francia e Italia già si interrogavano su come creare un collegamento attraverso le montagne per collegare i rispettivi Paesi. A quei tempi, nel basso Medioevo, i commerci transalpini erano funestati dalle lungaggini pratiche degli spostamenti, dalle imboscate dei briganti e, come se non bastasse, dal rischio di cadere nei crepacci o di finire sotto una valanga.

Valicare le Alpi non era mai stato facile (Annibale insegna), ma con il passare degli anni e l’aumento dei traffici commerciali urgeva trovare una soluzione. Fu così che nel 1479, a una quota di 2.882 metri, vide la luce il primo traforo alpino della Storia: il Buco di Viso.

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