La Sanità nella Grande Guerra: focus sulle condizioni sanitarie in trincea

Una breve panoramica sulle condizioni sanitarie dei nostri soldati nelle trincee della Grande Guerra.

 

Cento anni fa, di questi tempi, l’Europa intera si trovava immersa nel conflitto più sanguinoso che avesse mai conosciuto, con la Russia sconquassata dai primi moti rivoluzionari e gli Stati Uniti appena affacciatisi sullo scacchiere bellico europeo.
Il conflitto definito successivamente come Grande Guerra era nel pieno della sua sanguinaria potenza, con eserciti immobili e da anni immersi nel fango delle trincee.

A cura di Gabriele Richetti

La situazione all’inizio del conflitto

Nel 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, furono chiamati al fronte circa 1.000 medici. Erano uomini di formazione ottocentesca, abituati a fronteggiare ferite “pulite” e prevalentemente da arma bianca. Lacerazioni da sciabola, baionetta, pallottole di fucile. Ciò che questo numero di sanitari – rivelatosi in breve tempo assolutamente inadeguato – si trovò davanti, fu totalmente inaspettato.
Venne perciò chiamato al fronte chiunque avesse minime conoscenze mediche, compresi gli studenti di medicina. Dentisti, ginecologi e psichiatri si trovarono a dover curare ferite provocate da schegge di granata, ossa, legno, metallo e sassi: l’amputazione diventò lo strumento prediletto per tentare di salvare i feriti.
Scrisse in quei giorni Corrado Tumiati, uno psichiatra:

“La chirurgia m’è quasi ignota, ma ai miei superiori basta che io sia laureato. Privo di esperienza, m’affido all’estro e al buon senso”.

Più malati che feriti

Oltre che con le ferite, i medici ebbero a che fare con le costanti malattie che affliggevano il soldato nella trincea nell’epoca pre-antibiotica. Condizioni igieniche devastanti, stress e alimentazione non curata favorirono il proliferare di patologie tra le più letali: basti pensare che per tutta la durata della guerra il numero degli ammalati fu superiore a quello dei feriti.trincea-grande-guerra Si stima che, al termine del conflitto, i soldati italiani morti per malattia furono almeno 100.000. In pratica un soldato su sei morì perché malato.

“Mi devono tagliare i piedi, signor tenente. Tutti e due”

In questa citazione di un soldato, raccolta da Carlo Salsa, è racchiusa la terribile condizione di coloro che erano affetti da uno dei mali emblematici della Grande Guerra.
La patologia cd. del piede da trincea basta a far comprendere come anche la semplice permanenza in una trincea poteva rivelarsi foriera di gravi infermità.
All’interno di questa patologia vennero comunemente ricompresi diversi tipi di malanni: dalle conseguenze per essere rimasti ore e ore nel fango, nell’acqua o nella neve, alla cattiva circolazione causata dalle mollette che stringevano il polpaccio, agli scarponi perennemente fradici. Situazioni apparentemente banali, che però, in una situazione in cui l’unica profilassi adeguata sarebbe stata quella di allontanare il soggetto ammalato dalla trincea, diventarono letali al comparire della cancrena. L’unico rimedio, in questi casi, era l’amputazione.

Le malattie infettive

Alle ferite e alle malattie da trincea si aggiungevano le malattie infettive, che decimavano i soldati. Tifo e colera fecero altrettanta strage degli assalti e si registrarono addirittura casi di peste e di malattie ormai in ritirata come malaria, morbillo e difterite.
C’è però un aspetto che merita di essere sottolineato per quanto riguarda questa tipologia di malattie: le epidemie ebbero poca risonanza “mediatica”, se così si può dire. Per uomini temprati da continui assalti e da una vita quotidiana al limite dell’umana sopportazione, ammalarsi di tifo o colera costituiva un pericolo secondario, quasi da prendere sottogamba.

“Che cos’è il colera di fronte al fuoco d’infilata di una mitragliatrice?”

si chiede sarcasticamente Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altipiano.
Come ricorda Curzio Malaparte, a rendere ancora più grottesca la situazione contribuì il fatto che molti ammalati furono considerati con disprezzo, quasi si fossero ammalati di proposito per sfuggire agli orrori della trincea, venendo perciò curati in malo modo, con

“immonde e inqualificabili brodaglie e impasti”.

Lo smemorato di Collegno = le malattie psichiatriche

Pare banale e forse derisorio sottolineare come, alla luce dei parametri odierni, ciascun soldato in trincea avrebbe avuto bisogno di un sostegno psicologico, considerati gli stress (fisici e psicologici) a cui era sottoposto: per il soldato di fanteria medio, proveniente dal mondo contadino, l’essere continuamente in balia di assalti, bombardamenti e controlli gerarchici, provocava un totale sconvolgimento delle abitudini di vita. La suddivisione del tempo, prima della guerra scandita dalle incombenze agricole, si era tramutata in una immane battaglia contro un nemico invisibile e spesso neppure ben definito, al fianco di uomini dalle diverse provenienze e che il più delle volte parlavano un dialetto diverso: è facile immaginare gli effetti psichiatrici provocati da una tale situazione. I soldati ospedalizzati per ragione psichiatriche, nel corso del conflitto, furono circa 40.000. Ci fu chi venne colpito psicologicamente in modi orrendi, spesso tristi, a volte grotteschi. Il sottotenente Mario Quaglia, nel suo diario, descrive una scena commovente: un soldato scende verso il paese con il suo mulo, quando ad un tratto l’animale viene spazzato via da una scheggia, che miracolosamente neppure sfiora il conducente. I soldati lo vedono arrivare in paese tranquillo, con il braccio alzato che regge la cavezza vuota, come se ancora vi fosse attaccato il suo mulo e

“prima ridono, ma poi si accorgono d’avere a che fare con un matto e lo fanno portare all’ospedale”.

Al termine del conflitto, alcuni tornarono dalle famiglie, altri si persero nei labirinti degli ospedali militari, altri ancora furono rifiutati dai parenti. Non furono etichettati come eroi o veterani, ma come scemi di guerra.

Un barlume di modernità: le vaccinazioni

In questo infinito universo di distruzione, ci furono fortunatamente rari episodi di modernità e speranza.
Uno di questi riguardò le vaccinazioni. Vaccini contro il tetano, il tifo, il vaiolo furono somministrati ai soldati, riducendo la comparsa di molte malattie. Relativamente ai feriti, furono tutti sottoposti a sieroprofilassi antitetanica, riducendo i casi di tetano allo 0,5%, con una mortalità di 1 soldato su 33.000. Ancora, nell’esercito non ci furono casi di tifo esantematico (trasmesso dai pidocchi) e non si ebbero casi di vaiolo tra il 1915 e il 1917.

sanita-grande-guerra

Sul successo di tali vaccinazioni, un esempio che vale per tutti è quello relativo alla vaccinazione contro il tifo, che ottenne nell’esercito un notevole progressivo abbassamento della morbosità per febbre tifoidea e forme paratifiche. Dal 17,9% nel 1915 la morbosità scese al 12% nel 1916, al 2,6% nel 1917, all’1,3% nel 1918: visto il buon esito, la vaccinazione fu somministrata con continuità, negli ambienti militari, anche a conflitto terminato.

Conclusione: la ferita come onorificenza

A conclusione di questo breve articolo, si riporta un curioso aneddoto, raccolto da Giulio Cesare Ferrari.
Anche a conflitto terminato, la ferita aveva una sorta di “autorità”. Se il soggetto se l’era procurata in modo disonorevole era per sua natura poco gloriosa. Se, al contrario, la ferita era riferita ad una battaglia decisiva (come molte ve ne furono nella Grande Guerra), diventava di diritto una onorificenza, da vantare e mostrare.
Racconta l’insigne psicologo come, quando qualcuno domandava a un reduce dove fosse stato ferito, il soggetto in questione raramente si preoccupava della parte fisica offesa, interpretando la domanda come se fosse riferita al luogo ove egli era stato ferito:

“A chi domanda a questi reduci <<Dove siete ferito?>> la risposta che si ottiene prima è il nome di un luogo: <<Al Podgora, al Monte Nero, al San Michele>>”.

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie su Torino e il Piemonte

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