I ragazzi del ’99 e Alberto Riva di Villasanta, l’ultimo caduto della Grande Guerra

La leggenda delle reclute nate nel 1899 e l’eroismo di una di loro, Alberto Riva di Villasanta.

“Li ho visti i ragazzi del ’99, andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera, cantavano ancora!” – Armando Diaz

Nel novembre 1917, subito dopo la rotta di Caporetto, fu mandata al fronte l’ultima nidiata di reclute italiane. Erano ragazzi precettati qualche mese prima, frettolosamente addestrati e inviati al fronte poco più che bambini per sopperire alle gravi perdite subite dal nostro esercito in quei giorni tumultuosi. Questi giovanotti, entusiasti e impreparati, passarono alla storia.

Erano i ragazzi del ’99.

A cura di Gabriele Richetti

Si trattava delle reclute nate l’ultimo anno del vecchio secolo, spedite sul Piave senza troppe cerimonie per rinforzare l’organico delle linee italiane, decimate dall’esercito austro-ungarico dopo Caporetto.

“Resistere, resistere, resistere!”, incitava, in quei giorni drammatici, il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Gli austriaci avevano ricacciato il nostro esercito sino al Piave ed erano convinti di riuscire a concedersi, entro pochi giorni, una fumante tazza di caffè a Bassano del Grappa. Erano i giorni in cui il Bersagliere Ignazio Pisciotta coniava uno dei suoi famosi slogan propagandisti: “Tutti eroi! O il Piave, o tutti accoppati!”.

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Lo slogan propagandista di Ignazio Pisciotta. Autore ignoto

Fu in quel momento che il Governo decise di rinforzare le linee italiane con i ragazzi della classe ’99 (la classe del 1900 venne risparmiata in previsione di ulteriori anni di guerra), che ricevettero, alla fine del mese di novembre del 1917, il battesimo del fuoco, mantenendo un “magnifico contegno”, come ebbe a sottolineare il Generale Armando Diaz.

Persino Gabriele D’Annunzio dedicò a questi ragazzi alcune toccanti righe:

“La madre vi ravvivava i capelli, accendeva la lampada dei vostri studi, rimboccava il lenzuolo dei vostri riposi. Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!”.

Una generazione intera (le cifre raccontano di più di 260.000 giovani) abbandonava le proprie case e le proprie famiglie, per gettarsi alla disperata nella più mortifera guerra che il mondo intero avesse, fino a quel momento, conosciuto.

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Alcune giovani reclute

L’impatto di questi ragazzi, che arrivarono al fronte con passo sicuramente poco marziale, ma pieni di ardore, ebbe l’effetto – insperato, a onor del vero – di rivitalizzare le truppe dei veterani, al fronte da più di tre anni. Quegli stessi giovanotti arruolati per riempire numericamente il vuoto causato da Caporetto, con il loro ingenuo cantare, la loro baldanzosa sicurezza e il loro (sembra strano da dire) entusiasmo, riaccesero la speranza nei soldati italiani fiaccati nell’animo e nel fisico, incalzati dal nemico e molto più “datati” (basti pensare che la classe più anziana al fronte era costituita dagli uomini del 1874). I veterani videro nelle reclute i fratelli e figli rimasti a casa, ragazzi da proteggere e preservare con rinnovato coraggio.

Nel giro di un anno, tra la fine del 1917 e l’autunno del 1918, i ragazzi del ’99 furono dunque protagonisti delle tre battaglie che permisero all’esercito italiano di ribaltare le sorti della guerra (le battaglie dell’Arresto, del Solstizio e di Vittorio Veneto). A undici di loro furono assegnate medaglie d’oro al valore.

Alberto Riva di Villasanta, un eroe classe 1900

Uno dei più famosi soldati appartenenti alla classe del ’99 (anche se nato addirittura nel 1900) è sicuramente Alberto Riva di Villasanta.

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Nato a Cagliari in una famiglia nobile dalla tradizione militaresca, Alberto falsifica il proprio certificato di nascita e nel 1917 scappa da casa per arruolarsi volontario. Il padre Giovanni, Maggiore della Brigata Sassari, era caduto nel giugno del 1916 sull’Altipiano di Asiago dopo due medaglie d’argento al valor militare; lo zio ad Adua, nel 1896. I suoi tre cugini cadranno nel corso della Grande Guerra.

Dimostra da subito un grande valore, riuscendo ad entrare prima nei Bersaglieri e poi ottenendo il comando di un plotone di Arditi, alla testa dei quali si guadagna una medaglia d’argento.

Il 4 novembre del 1918, giorno dell’armistizio, è alla testa dei suoi Bersaglieri tra Torsa e Paradiso, in provincia di Udine. La fine delle ostilità è prevista alle ore 15. Gli ordini ricevuti sono tuttavia quelli di accelerare la marcia per trovarsi, al momento opportuno, il più vicino possibile al vecchio confine.

Sono le 14.45. Appena entrati nella frazione di Torsa, poco più di un gruppo di case, i Bersaglieri sono incalzati da una mitragliatrice austriaca, che spara dal campanile del Paese. Il sottotenente Alberto Riva, come sempre alla testa dei propri soldati, viene colpito in piena fronte.

È uno degli ultimi caduti della Grande Guerra.

Quindici minuti dopo, una sirena segnala la fine della Prima Guerra Mondiale.

Scriverà di lui il D’Annunzio:

“Il 4 novembre, all’ora precisa dell’armistizio, cadde anch’egli alla testa dei suoi arditi, colpito nell’atto del balzo, per spingere la vittoria più lontano, per più accostarsi a quelli che ci aspettavano, a quelli che ci aspettano”.

Alberto Riva di Villasanta è sepolto a Redipuglia, accanto al padre Giovanni. Prima della traslazione nel famoso sacrario, padre e figlio riposavano nel Cimitero degli Invitti, sul Colle Sant’Elia, sempre uno accanto all’altro, con una struggente epigrafe a ricordare il loro sacrificio:

“Guardami il petto Babbo e sii contento” – “Alberto più che mai di Te fiero mi sento” – “E la povera Mamma lasciata tutta sola?” – “Un’altra Madre, Italia, di noi la racconsola”.

 

 

 

 

 

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie su Torino e il Piemonte

1 commento su “I ragazzi del ’99 e Alberto Riva di Villasanta, l’ultimo caduto della Grande Guerra”

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