Il Cimitero degli Invitti della Terza Armata

Storia del primo sacrario militare italiano e delle sue epigrafi.

Il Cimitero “Invitti della Terza Armata” venne costruito sul Colle Sant’Elia (provincia di Gorizia) e inaugurato a guerra appena conclusa, nel maggio del 1923, alla presenza di Benito Mussolini e del Duca d’Aosta. La sua funzione era quella di raccogliere le salme di 30.000 caduti italiani della Grande Guerra, traslate da piccoli cimiteri limitrofi o disseppellite direttamente dai campi di battaglia.

Il sacrario era stato ideato come rappresentazione emblematica del sacrificio di migliaia di soldati, un sacrificio ancora vicino nel tempo e facilmente suggestionabile nel ricordo delle persone: per la prima volta, un cimitero veniva pensato anche (ma non solo, ovviamente) per esigenze turistiche oltre che commemorative.

A cura di Gabriele Richetti

La scelta del luogo non fu casuale: il Colle Sant’Elia si trovava esattamente di fronte all’altopiano del Carso e, per l’occasione, venne “modellato” creando sette balze concentriche (allusione ai gironi del Purgatorio dantesco) divise da sette ampi viali in discesa, che digradavano dalla sommità della collina, ove si apriva un largo piazzale con al centro una cappella votiva. L’intera struttura offriva dunque un impatto visivo di sicura emozione.

Persino la disposizione delle lapidi fu pensata a tavolino. Seppur nel rispetto della sistematicità cimiteriale, le tombe furono disposte quasi “a caso” sui pendii del colle, a simboleggiare la casualità della morte in battaglia, che poteva sorprendere il soldato in ogni luogo.

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Veduta del Cimitero degli Invitti originale

Si legge in un opuscolo esplicativo dell’epoca:

“Qui non viali coperti di ghiaia, non alberi, non fiori, non verde né ombra; ma l’aspetto sassoso e brullo del Carso, con sterpi e ciuffi d’erba scolorata, e qualche rado arbusto dai fiorellini pallidi, come quelli che, nelle assolate pietraie, furono l’ultima visione dei morenti”.

Da ultimo, sulle tombe non era apposte croci o altri simboli religiosi, ma rimasugli di suppellettili militari e cimeli (proiettili, armi, pezzi di reticolato, ecc.) che completavano la rappresentazione quasi teatrale del campo di battaglia. Come scrisse Angelo Visintin:

“Più della pietas cristiana, una religio guerriera, testimonianza di sofferenza quotidiana ed anonimo eroismo, di religiosità intima e minimalista”.

Tutto questo a voler sottolineare una sorta di continuità con le tombe “improvvisate” del periodo di guerra, quando i caduti venivano seppelliti dai commilitoni in fretta, spesso sotto cumuli di pietre, adornati con semplicità usando effetti personali e altri reperti.

Le epigrafi del sacrario, tra lirica e semplicità militaresca

Sicuramente memorabili sono le epigrafi poste a corredo delle sepolture, epigrafi che posseggono una particolarità forse unica nel loro genere.

I versi “fatti in casa” riportati sulle iscrizioni funerarie furono in gran parte opera del Maggiore Giannino Antona Traversi, che non volle onorare i caduti con parole pompose e dal forzato sentimentalismo, ma decise di unire per l’eternità il sacrificio del soldato agli affetti più semplici da lui provati in vita. Protagonista delle epigrafi è dunque un esercito di piccole cose, compagne del militare durante i lunghi e difficili giorni di guerra: la bicicletta, la gavetta, il ricovero in trincea. I cimeli accompagnano il caduto insieme alla mamma e ai parenti, le persone richiamate dalla voce sepolcrale del caduto.

Per dirla ancora con Visintin:

“Un trionfo di reminiscenze scolastiche, di pretese letterarie che sanno di provincia […] i modelli letterari, la metrica, il registro lessicale rimandano alle pubblicazioni per ragazzi, ai giornali di trincea, ai lunari sentenziosi della tradizione rurale, alla volgarizzazione carducciana e dannunziana. Insomma, vanno rapportati al contesto di conoscenze e di riconoscibilità dei ceti scarsamente alfabetizzati (in questo senso, i versi potevano apparire dotti!)”.

Una poesia pauperum semplice, ma sicuramente efficace e di grande impatto, che esplode dalla tomba per richiamare l’attenzione dei superstiti sull’estremo sacrificio di chi, sotto quelle pietre, riposa nel sonno eterno.

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Un esempio di epigrafe

Ecco alcuni esempi di epigrafi, con in grassetto a chi si riferiscono:

  • Aviatori: “Or non più batte che l’ala del mio sogno”
  • Bersaglieri: “I più veloci a trasformarsi in croci”
  • Maggiore Giovanni Riva e suo figlio Alberto Riva di Villasanta (ne ho parlato in questo articolo): “Guardami il petto Babbo e sii contento” – “Alberto più che mai di Te fiero mi sento” – “E la povera Mamma lasciata tutta sola?” – “Un’altra Madre, Italia, di noi la racconsola”
  • Ufficiale sconosciuto: “Seppero il nome mio gli umili fanti, quando balzammo insieme al grido: “Avanti!”
  • Soldato ignoto: “Passasti tra le genti come il piccolo Fante, ed ora dalla fossa rimbalzi a noi gigante!”
  • Soldato ignoto: “Che t’importa il mio nome? Grida al vento: Fante d’Italia! E dormirò contento”
  • Soldato ignoto: “Mamma mi disse: Va! …e io l’attendo qua”
  • Soldato ignoto: “Vento del Carso, tu che sai il mio nome, bacia mia madre sulle bianche chiome”
  • Soldato ignoto: “Povera mamma mia: riasciuga il pianto! Tu non mi vedi eppur ti sono accanto”
  • Filo spinato: “Non questi fili ruggine colora: del nostro sangue son vermigli ancora”
  • Gavetta: “Fida gavetta mia, pace anche a te quassù! Ora se non sei colma, io non borbotto più”

Declino del Cimitero degli Invitti e costruzione del Sacrario militare di Redipuglia

La struttura del Sant’Elia era per sua natura in una posizione esposta alle intemperie. Dopo qualche anno, i sepolcri apparivano rovinati, le iscrizioni sbiadite. Iniziarono così dei lavori di ristrutturazione, necessari ma provvisori.

Inoltre, non distanti dal Cimitero degli Invitti rimanevano altri numerosi cimiteri, da disciplinare e preservare allo stesso modo.

Fu così che il regime fascista, che si era “appropriato”, in quegli anni, del culto dei caduti della Grande Guerra, progettò e realizzò, tra il 1936 e il 1938, il nuovo Sacrario militare di Redipuglia, esattamente di fronte al Colle Sant’Elia.

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Il Sacrario militare di Redipuglia

A Redipuglia la struttura fu completamente stravolta dalla precedente: non più una sorta di antiquariato militare legato alle esperienze, nato per commuovere, ma una rigidità delle forme propria dell’ideologia razionale fascista, che doveva stupire e rendere un senso di impersonale grandiosità. Svanisce il ricordo del singolo soldato e appare con potenza la gerarchia guerresca del regime, basata su una massa indeterminata e informe di combattenti. La Grande Guerra diventa improvvisamente vicina e lontana al tempo stesso, spersonificata e mitizzata.

Centomila salme di soldati (insieme ai loro comandanti) che gridano “Presente!”, a perenne custodia dei confini orientali dell’Italia, sormontati da “nude e severe croci”.

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie su Torino e il Piemonte

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