“Una serenità solenne e ignuda di inverno”

Da Gozzano a Thovez, passando da De Amicis: cenni sul rapporto tra la Torino innevata e i suoi cantori.

Sul numero de La Stampa del 4 gennaio 1911, uno degli anni in assoluto più nevosi a Torino, si leggeva il seguente commento:

“Non sappiamo se i poeti, quando esaltano in rima la candida fata invernale, obbediscano a un sincero impulso d’entusiasmo oppure a una corrente convenzionale; certo è che noi, umili pedoni, obbligati a lunghe esercitazioni podistiche, non possiamo assolutamente associarci a qualsiasi manifestazione di simpatia verso l’ospite bianca che da ieri ha preso possesso delle nostre vie, delle nostre piazze, dei nostri tetti”

Nonostante sia passato più di un secolo, mi piace immaginare che le intime riflessioni dei pedoni contemporanei siano, più o meno, le stesse.

A cura di Gabriele Richetti

Edmondo De Amicis e le stagioni di Torino

Edmondo De Amicis scrisse di Torino che

“Ci sono poche città che cambiano viso così completamente col cambiare della stagione e del tempo”

L’autore di Cuore aveva ragione: almeno per quanto riguarda l’Italia settentrionale, nessun’altra città riesce ad offrire al visitatore quattro (se non di più) immagini diverse a seconda della stagione in cui ci si trovi. E anche se durante l’inverno, come ormai spesso accade, la neve non riuscisse ad imbiancare la città, la cornice spettacolare delle Alpi innevate ricorda ai torinesi che a pochi chilometri di distanza si entra nella dimensione del silenzio e del sublime isolamento.

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Il lungo Po’ imbiancato

Un vergiliato sotto la neve: Guido Gozzano canta la sua Torino più bella

Se torniamo poi al 1911 citato in apertura, è in quell’anno che vede la luce uno degli scritti più “invernali” e più belli che Torino possa vantare: Un vergiliato sotto la neve di Guido Gozzano.

Il titolo dell’articolo, che si ispira al ruolo di accompagnatore del Virgilio dantesco, viene scelto da Gozzano per descrivere una passeggiata con l’amica Jeanette al Valentino tra gli edifici in costruzione per l’Esposizione internazionale.

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Il Parco del Valentino sotto la neve

Insuperata descrizione di una Torino magica e antica, riporto alcuni dei frammenti più impressionisti dell’articolo gozzaniano, che sublima una città irreale e fascinosa:

“Neve! Neve densa, placida, lenta, la retorica neve a larghe falde della terza elementare, che scende pigra in un’aria dolce, quasi tepida, s’adagia sul selciato, lo riveste d’uno strato asciutto, soffice come un tappeto persiano; la neve, il fenomeno che adoro fra tutti, quello che nelle terre del sole mi fa rimpiangere i nostri rigidi inverni con una nostalgia senza nome”

 “La neve copre la città di un’immensa pagina bianca sulla quale è facile disegnare le più strane fantasie, resuscitare la cosa impossibile – anche impossibile a Dio –: resuscitare il passato. Il centro di Torino, cioè tutta la parte secentesca della città, specialmente in un giorno senza date come questo, offre al sognatore una corrente di ricordi, di immagini care e gloriose. E si può vedere ciò che si vuole”

 “Oggi è il giorno del silenzio e dei velari candidi. Si pensa a quanto c’è di più bianco e di più soffice al mondo, alla bambagia, alla farina, alla cipria. La neve non cade più da qualche istante, ma è diffusa, sospesa dovunque, abolendo ogni traccia ed ogni prospettiva; dove le case cessano, è quasi impossibile orizzontarsi; gli alberi soli, emergenti neri sullo sfondo candido, tracciano la via verso la città sconosciuta”

Enrico Thovez e la Torino nordica

Anche Enrico Thovez, un altro torinese doc, si cimentò con la Torino imbiancata. Nei suoi scritti predilige atmosfere crepuscolari e notturne, con la neve sullo sfondo, che regala ad una Torino sabauda e signorile ulteriori aspetti di aristocraticità.

Scrive il 19 dicembre 1891:

“Sono corso al Valentino stamattina. L’aria fredda mi bruciava il viso, mi gelava le mani inguantate… Una serenità solenne e ignuda di inverno…”

E ancora, nel suo Diario:

“È già sera, ma tutta quella neve sui tetti manda un gran chiarore che prolunga il giorno”

Brevi immagini di una Torino che non c’è più, una Torino timida che pare nascondersi sotto una camicia di neve, senza fare rumore.

Una città che, proprio quando imbiancata, lascia spazio alle peregrinazioni delle menti più romantiche e crepuscolari, che cercano, come cercava Gozzano, la felicità nelle cose semplici e negli affetti del focolare.

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La fontana di Piazza Solferino

Il paciòch dopo la fioca

La neve, con il passare dei giorni (oggi, ormai, delle ore) scompare. Vuoi per il sole, vuoi per il passaggio delle auto e dei pedoni. Quella coperta candida e fatata lascia però il posto, prima di andarsene definitivamente, a quello che in piemontese viene etichettato come paciòch, il paciocco, quel miscuglio di neve (fioca, in piemontese) ormai quasi sciolta che tanto fa penare scarpe e pantaloni.

Per dirla con Nino Costa, poeta dialettale torinese:

“Peuj dòp, la vita, sempre dispresiosa,

të scarpisa, të spòrca a pòch a pòch.

Ti ‘t ère fiòca e it ses mach pi… paciòch”

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie su Torino e il Piemonte

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