L’enrosadira e la leggenda di Re Laurino

Il fenomeno dell’enrosadira, sulle Dolomiti, raccontato attraverso la leggenda ladina di Re Laurino.

Il viaggiatore che, trovandosi sulle Dolomiti, dovesse alzare lo sguardo verso le maestose cime, null’altro vedrebbe se non roccia e neve.

Ma se lo stesso viaggiatore, più fortunato, alzasse gli occhi verso le medesime montagne nel momento preciso dell’alba o del tramonto, vedrebbe molto di più: un bagliore dapprima di un rosa tenue, poi sempre più acceso, a colorare i rocciosi picchi per diversi minuti, fino a poi scomparire del tutto.

È ciò che i ladini chiamano enrosadira, un fenomeno dalle solide origini scientifiche e con ben più affascinanti radici mitologiche.

Per conoscerne la genesi, dobbiamo tornare indietro di qualche secolo, fino al Re Laurino e al suo rosengarten.

A cura di Gabriele Richetti

Re Laurino e il rosengarten del Catinaccio

Re Laurino era un mitologico re delle popolazioni ladine delle Dolomiti: si tramanda che fosse il monarca di un popolo di nani, che estraevano oro e metalli preziosi dalle profondità del massiccio del Catinaccio, in Trentino.

Proprio sul Catinaccio, ancora oggi, è ben visibile una conca innevata fino a tarda primavera. In quella conca era un tempo adagiato il giardino delle rose di questo Re (non a caso, in tedesco, il Catinaccio è chiamato Rosengarten), un vero e proprio vanto per Laurino, che lo curava con amore e dedizione.

Re Laurino possedeva altresì due oggetti magici: una cintura che gli dava la forza di 12 uomini e un mantello che lo rendeva invisibile.

Un giorno il Re dell’Adige decise di maritare la propria bellissima figlia, Similde, invitando per un torneo tutti i nobili delle montagne e delle valli limitrofe. Tutti ad eccezione di Laurino.

Indispettito, il sovrano furtivamente partecipò all’incontro, sfruttando l’invisibilità ottenuta grazie al proprio mantello: non appena vide Similde, si innamorò di lei e decise di rapirla. Caricatala sul suo cavallo, scappò verso il Catinaccio per nascondersi, ma all’ingresso del giardino di rose trovò il Re dell’Adige e gli altri nobili: infilatosi la cintura magica, Laurino iniziò a combattere.

Ben presto capì che, nonostante la forza datagli dalla cintura, i nemici avrebbero presto avuto la meglio su di lui. Decise così di indossare il mantello dell’invisibilità e scappò tra le rose del suo giardino. Questa mossa si rivelò, contrariamente a quanto pensava, fatale: le rose, calpestate dai suoi stivali, ne rivelarono in breve tempo i movimenti. I cavalieri lo catturarono così senza difficoltà, distrussero la cintura magica e lo imprigionarono.

Furibondo, prima di essere portato via, Re Laurino si voltò di scatto verso il giardino di rose che tanto aveva amato e che lo aveva tradito. Lo maledisse, giurando che nessun uomo avrebbe mai più potuto ammirarne la bellezza, né di giorno né di notte. In preda all’ira, il Re si dimenticò però di includere nella maledizione i due momenti dell’alba e del tramonto.

Ancora oggi, così, il giardino delle rose di Re Laurino appare sulle Dolomiti, e sul massiccio del Catinaccio in particolare, all’alba e al tramonto, illuminando di un rosa acceso le cime delle montagne circostanti.

È il fenomeno dell’enrosadira.

Enrosadira
Enrosadira sul Catinaccio

La seconda versione della leggenda

Esiste una seconda versione della leggenda. Re Laurino, secondo quanto si tramanda, curava il suo giardino di rose con l’aiuto della bellissima figlia, Ladina. Un giorno il Principe del Latemar si trovò a passare per quei luoghi e, notato lo splendido giardino di rose, quasi un’oasi tra le aspre rocce di quelle cime, si avvicinò. Vide così Ladina, se ne innamorò e la portò via con sé. Laurino, impazzito per il dolore, prima di morire maledisse il giardino per aver permesso al Principe di trovare e rapire la figlia, dimenticandosi, anche qui, dell’alba e del tramonto.

Sta al lettore credere ad una o all’altra versione della leggenda.

La spiegazione scientifica dell’enrosadira

Il termine enrosadira ha un’etimologia ladina e significa letteralmente “diventare di colore rosa”. La particolare colorazione che assume la roccia delle Dolomiti al sorgere e al calare del sole, deriva dalla roccia che da il nome a queste montagne, la dolomia, che contiene un composto di carbonato di calcio e magnesio.

Questa pietra, a seconda dell’inclinazione dei raggi del sole e della minore o maggiore limpidezza dell’aria, soprattutto in estate assume dei riflessi rosa all’alba (sulle punte delle montagne rivolte ad est) e al tramonto (sulle punte rivolte ad ovest).

Il fenomeno interessa in realtà quasi tutte le Dolomiti, ma è particolarmente visibile sul massiccio del Catinaccio, nella conca dove un tempo il Re Laurino curava il suo giardino di rose incantate.

Rosengarten
Il Rosengarten

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie, a cura di Gabriele Richetti

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