Delitti ottocenteschi: il processo a Giovanni Pipino

Un duplice omicidio, un colpevole forse innocente, un processo farsa.

Era il 15 settembre 1878, giorno in cui tutta Torino fra canti e suoni si riversava nella vicina borgata della Madonna del Pilone in festa. Verso sera a turbare quell’allegria si diffonde una lugubre notizia: un assassinio fu consumato in città. E se ne divulgano i più terribili particolari. Udite e raccapricciate”.

Questa l’apertura – relativa al delitto Mustone-Magis – di Cronaca dei Tribunali, giornale dedicato al mondo della cronaca nera e dei processi, in un’epoca in cui le vicende che davano scalpore potevano essere morbosamente seguite sulla carta stampata o direttamente nelle aule di giustizia, quasi come delle moderne fiction.

A cura di Gabriele Richetti

Un anziano dottore e la sua cameriera

Al secondo piano del numero 14 di Via Lagrange a Torino, in pieno centro, abita Angelo Mustone, ottantaquattrenne medico chirurgo in pensione, uomo facoltoso già titolare della Farmacia Taricco.

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Il n. 14 di Via Lagrange

Le faccende domestiche sono amministrate dalla giovane e bella fantesca Lucia Magis, di anni venticinque, dal carattere libertino e provocante. Nonostante l’apparenza, tra l’anziano medico e la cameriera non intercorrono rapporti amorosi. Non si hanno certezze su quali siano gli interessi extra-lavorativi della Magis, ma il giornale di cui sopra pare avere le idee fin troppo chiare:

La Lucia Magis a cui scorreva il sangue nelle vene non meno caldo che in tutte le altre donne e che il prurito d’amore lo provava non meno irresistibile che le altre sue compagne, nelle ore di libertà, parlava molto intimamente col sarto e con non poca famigliarità col cugino. Si sa come il più delle volte s’intendano i cugini!”.

Cosa accadde?

La vita del dottore e della “Lussiòta”, appellativo con cui Mustone chiama la sua fantesca, scorre abbastanza monotona. Nel settembre del 1878, tuttavia, l’apparente serenità dell’appartamento di Via Lagrange viene turbata in modo drastico e definitivo.

Dall’8 settembre, infatti, nessuno ha più notizie dei due.

Il custode dello stabile pensa che il dottore sia andato qualche giorno in campagna e non si preoccupa più del dovuto. I giorni tuttavia passano e di Mustone e della Magis nessuna traccia. Viene interpellato il nipote di lui, che vive a Pinerolo: anche lì il dottore non si trova. La faccenda diventa di dominio pubblico e viene coinvolta la polizia: il 15 settembre il Questore, su richiesta dello stesso nipote, sfonda la porta dell’appartamento.

La polizia tentenna: dalle stanze proviene un tale fetore da impedire agli uomini della squadra del Questore persino di poter entrare. Si chiamano degli uomini per una rapida disinfestazione e bonifica dell’aria.

La scena è terribile: due cadaveri in evidente stato di decomposizione giacciono nel letto e sul pavimento. Sono Mustone e la Magis, entrambi uccisi con un colpo di rasoio alla gola.

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Il dottor Angelo Mustone

Le frettolose indagini

Gli inquirenti sono da subito incerti sul numero degli assassini e sul movente. È stata una sola persona a compiere una strage di tale efferatezza? Si tratta di semplice rapina o di delitto passionale?

Un brigadiere, essendogli nota l’assidua frequentazione della cameriera con il cugino, Giovanni Pipino, fa due più due: senza ordini superiori, il 19 settembre, di punto in bianco arresta il Pipino. Giovanni Pipino all’epoca ha 37 anni e commercia cereali in una piccola bottega all’angolo tra Via Mazzini e Via San Francesco da Paola. La cosa più grave? Non ha un valido alibi.

Per la polizia è tutto chiaro. È stata sicuramente la Magis ad introdurre il cugino nell’appartamento con lo scopo di rapinare il dottore: sul pavimento della stanza da letto sono stati infatti rinvenuti alcuni titoli e obbligazioni varie. Mustone avrebbe reagito alla rapina e il Pipino lo avrebbe ucciso.

Già, ma allora perché i cadaveri sono due? Forse Pipino non voleva lasciare testimoni del suo crimine? I cittadini accampano le più diverse teorie, alcune al limite dell’assurdo. La cameriera e il cugino sarebbero stati amanti e, dopo l’omicidio dell’anziano, si sarebbero coricati insieme (lo confermerebbe l’impronta di un secondo corpo sul materasso della Magis). Pipino, dopo aver narcotizzato o avvelenato la cugina, l’avrebbe poi uccisa.

L’autopsia non aiuta: lo stato di decomposizione dei corpi non consenti indagini approfondite.

In ogni caso, le indagini si fermano all’apparenza: non si cercano complici e l’unico imputato rimane il cugino della Magis. Bisogna fare in fretta, i connotati della vicenda e l’interesse suscitato nei cittadini meritano risposte e decisioni veloci.

I giorni del processo

Nelle giornate del processo, l’affluenza di pubblico è enorme: “L’onda di popolo che si riversa nel pretorio è straordinaria. Tutti vogliono vedere Pipino, tutti vogliono sentirlo parlare. A trattenere la folla, oltre ai soliti agenti della Questura e ai carabinieri c’è un drappello di alpini. Tutti vorrebbero entrare, ma è vietato il passo a chi vuole avanzarsi senza essere munito di biglietto”. Le cronache del tempo segnalano la presenza in aula persino di Edmondo De Amicis.

Il 19 febbraio del 1879 ecco la sentenza: Giovanni Pipino è condannato a morte per duplice omicidio, con un giudizio emesso dai giurati in meno di dieci minuti. Un record.

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La sentenza contro Giovanni Pipino

Nonostante le varie testimonianze a favore del Pipino, l’esito del processo appariva da subito scontato. L’unico modo per placare la folla era trovare un capro espiatorio, anche calpestando i diritti fondamentali dell’imputato: alcune delle sue memorie difensive vennero sequestrate, i proventi commerciali della bottega furono dichiarati parte del bottino della rapina, furono costruiti abilmente debiti a cui il Pipino non sarebbe riuscito a far fronte (essendo in stato di arresto) per lederne la reputazione.

L’imputato intervenne poche volte, stordito dal clamore, quasi sempre zittito dal Presidente della Corte, che spesso lo derise pubblicamente, infarcendo persino la sentenza di condanna di divagazioni e riferimenti classicheggianti che mal si conciliavano con la giudicanda vicenda.

La pena

Il processo terminò dunque come tutti desideravano, rapidamente, a chiudere così uno dei casi più neri della cronaca cittadina ottocentesca.

Era comunque ovvio che la sentenza era frutto di indagini e procedimenti sommari, al limite della decenza: già il 23 settembre del 1879, infatti, la pena di Giovanna Pipino venne commutata in lavori forzati a vita.

Il 29 ottobre del 1901 la pena diventò transitoria.

La vicenda si era finalmente conclusa.

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie, a cura di Gabriele Richetti

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