Prefazione a “La pineta e il porto” di Antonio Pinna

Fredda e plumbea.

Questi gli aggettivi, riferiti alla città di Torino, con cui si apre il lavoro di Antonio Pinna.

Un giudizio tranchant, che sembra non voler ammettere repliche.

Tuttavia, sarebbe imperdonabile arrendersi senza almeno un tentativo. Torino non può essere soltanto inquinamento, provincialità, depressione. E infatti non lo è.

A cura di Gabriele Richetti

2019 (21)

Intraprendiamo dunque questa strada: un vagabondare intellettuale ispirato da una carrellata di impressioni che, a poco a poco, ci permetteranno di correggere il tiro sulla percezione del capoluogo piemontese. Perché Torino deve essere capita. “Merita” di esserlo.

Scaraventati nelle tribolazioni della città, spesso fatichiamo a trovare una nostra dimensione urbana, influenzati negativamente da quell’aria viziata di pregiudizio che quasi non ci permette di pensare.

Per raggiungere l’obiettivo, ci affideremo pertanto a una manciata di riferimenti storico-letterari, sparpagliati sulla pagina, per riabilitare l’antica Augusta dei Taurini. Immaginando di essere seduti in uno dei bar storici del centro, con in mano un fumante bicerin, e una storia da raccontare.

Possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo. Le premesse ora sono buone. Le parole al momento imprevedibili, come gli zampilli d’acqua nei giorni di pioggia sul pavé del centro.

Del resto, non poteva che essere così. Un luogo capace di affascinare da secoli gran parte dei suoi visitatori meritava una seconda possibilità.

Città pacata, discreta, che permette di vivere. Di vivere bene, soprattutto. Torino non è pettegola, Torino ti accoglie un po’ burbera, brontolona, ma con il sorriso sornione nascosto sotto i baffi imbevuti di caffè, come il nonno che aspetta di premiare il nipotino dopo un finto rimprovero. Basta avere pazienza.

Ti stupisce in autunno con le colline in fiamme e le merende sinoire nei lunghi pomeriggi invernali, per poi premiarti in primavera con un aperitivo in riva al Po’, fino alle calde giornate estive al Valentino.

C’è la Torino architettonica, con il neoclassico a braccetto del barocco; c’è la città gourmet, con le sue pasticcerie e le sue prelibatezze che sanno di carne, vino e cioccolato. Di grissini e marron glacé.

E c’è la Torino da raccontare, grazie ai versi di chi le ha dato fiducia e ne è stato ripagato.

Senza scomodare Giosuè Carducci e la sua regal Torino incoronata di Vittoria, la redenzione della città passa attraverso le parole di un grande come Umberto Eco: “Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa”.

Una bellezza non soltanto interiore e letteraria, ma anche e soprattutto estetica. Con la sua pianta regolare, i suoi larghi viali alberati, le sue eleganti piazze e i giardini, costellati di profumate caffetterie, il capoluogo piemontese ha da sempre rappresentato una sorta di modello per molti pensatori stranieri, abituati alle caotiche e poco igieniche città della vecchia Europa. I giovani intellettuali dell’alta borghesia europea includevano Torino tra le tappe del Grand Tour, rimanendone ogni volta affascinati. Per Charles de Brosses, Torino era la città più graziosa d’Italia e […] d’Europa per l’allineamento delle strade, la regolarità delle costruzioni e la bellezza delle piazze”.

Carlo Goldoni la definì deliziosa e per Gogol’ la città non era “seconda a nessun’altra città per magnificenza”.

Anche lo scrittore Mark Twain rimase affascinato dalla città durante il suo soggiorno, tanto da dire: “Torino è una città bellissima. Come spaziosità supera, io penso, tutto ciò che è stato immaginato prima”. Con lui Henry James, un altro statunitense: “Entrare a Torino un bel pomeriggio d’agosto vuol dire trovare una città di portici, di stucco rosa e giallo, di innumerevoli caffè, […] i campanili in cotto, la luce morbida e gialla, la gamma di colori, la suggestione dei suoni”.

Altro, e non ultimo, grande estimatore di Torino fu Friedrich Nietzsche, che vi soggiornò in due occasioni.

Il suo appartamento, in via Carlo Alberto n. 6, permise al filosofo di godere appieno della bellezza e della sabauda tranquillità del centro. Tra una cioccolata calda e una bignola, Nietzsche visse non da turista, ma come un vero Torinese. Il suo animo inquieto ben si conciliava con la discrezione della città, che gli consentì un soggiorno sereno e senza preoccupazioni. L’idillio terminò (pare) con il famoso episodio del cavallo e della successiva pazzia, ma questa è un’altra storia.

Per quanto ci riguarda, già durante la prima visita il controverso scrittore rimase fortemente colpito dalla quiete aristocratica della città. Nietzsche amò a tal punto Torino da renderla oggetto di molte intime lettere.

Scrive il filosofo alla madre circa i suoi giorni torinesi: “La vita che trascorro ha su di me un effetto straordinariamente benefico”. Successivamente, sempre alla madre: “Non ho mai visto da nessuna parte un tempo più bello”. E ancora, ad un amico: “Su Torino non c’è niente da ridire: è una città magnifica e singolarmente benefica”.

Soffermiamoci su quel benefica: ecco che emerge il potere terapeutico della città, pronta ad accogliere i viandanti più problematici e inquieti, per rigenerarli all’ombra dei suoi portici e cullarli con la riservatezza dei suoi salotti.

Continua Nietzsche, nella lettera ad un’amica: “Non riesco a esprimere come qui tutto abbia su di me un effetto benefico. Non ho mai visto un luogo che venisse così incontro ai miei istinti più profondi. Grande città, e tuttavia silenziosa, aristocratica, con persone di ottimo stampo in ogni classe sociale. […] In queste circostanze il mio stato di salute ha avuto un miglioramento addirittura prodigioso; qui passo attraverso la vita con un tale lieto orgoglio che Lei non riconoscerebbe né la tana né l’orso che vi abitava”.

Ancora una volta si sottolinea come Torino sia riuscita a migliorare lo stato di salute del filosofo, addirittura in modo prodigioso. E ritorna quell’aggettivo, benefico, ennesimo trait d’union con la forza curativa che la città sembra avere.

Concludendo, Torino è una città che credo debba essere letta come se si trattasse di un libro. Forse proprio perché sono stati in molti ad averle regalato dell’inchiostro. Deve essere letta da chi la ama già, così come da chi la ama soltanto sotto certi aspetti. Ovviamente deve essere letta da chi non la ama affatto. D’altra parte, i luoghi dell’anima sono infiniti e spesso difficili da trovare. Certamente esistono, da qualche parte, nascosti in una vetrina di gianduiotti, sotto una panchina del Valentino o dietro i tramonti infuocati sul Monviso. Per dirla ancora una volta con Nietzsche, Torino non è un luogo che si abbandona.

E Torino non “ci” abbandona. Perché è una città che può essere, allo stesso tempo, punto di arrivo e punto di partenza. Ormeggio sicuro durante le tormentate burrasche dell’animo umano e porto da cui (ri)partire una volta tornato il bel tempo. Ed è proprio questa la percezione di Torino a cui giunge anche Antonio Pinna al termine del suo girovagare catartico, in una fruttuosa e positiva conclusione/conversione.

In fondo, come scriveva Guido Gozzano:

Ch’io perseguendo mie chimere vane

pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,

ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno

a belle terre tiepide e lontane,

la metà di me stesso in te rimane

e mi ritrovo ad ogni mio ritorno”.

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie, a cura di Gabriele Richetti

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