Gianduja, la maschera del carnevale piemontese

Alla scoperta di Gianduja, la più cioccolatosa delle maschere.

Basta nominarlo e ci pare di vederlo, tra i vari Arlecchino, Pantalone, Pulcinella e compagnia, allegro come sempre, con l’immancabile codino che spunta dal tricorno, mentre prende sottobraccio la sua bella Giacometta. Inconfondibile da più di due secoli: è Gianduja, la maschera del carnevale piemontese.

Ciò che non tutti conoscono – tuttavia – è la sua nascita, quasi casuale, tra le brume dell’astigiano.

A cura di Gabriele Richetti

Sul finire del ‘700…

Sono gli ultimi anni del ‘700 che fanno da sfondo alla genesi della maschera per eccellenza del carnevale piemontese: due burattinai, Giovanni Battista Sales e Gioacchino Bellone, creano una marionetta chiamata Giròni (abbreviazione dialettale di Girolamo) e la portano a spasso per il Piemonte. Il copione degli spettacoli deriva da alcune scene seicentesche, dense di satira politica e critiche ai governanti dell’epoca. I due giovani aggiornano le battute, ma le vicende del nuovo Giròni sono uguali a quelle del precedente: un contadino bonaccione in balia delle ondivaghe imposizioni della politica.

Visto l’argomento degli spettacoli (e il non sottile filo di critica costante alla politica di inizio ‘800), Sales e Bellone si attirano non pochi sguardi inquisitori. In più, per loro sfortuna, il nome del burattino assomiglia un po’ troppo a quello del doge genovese di quegli anni, Girolamo Durazzo. I due sfortunati vengono addirittura arrestati per l’indiretta offesa politica che hanno provocato e sono costretti a bruciare le marionette. Neanche il tempo di cambiare nome alla loro creazione, che si crea un altro caso: Giròni sarebbe una ridicola caricatura di Girolamo Bonaparte, ultimo fratello di un certo Napoleone. Meglio non perdersi in altre rappresentazioni rischiando ulteriormente la testa (essendo pendente una doppia condanna per lesa maestà): il nome del burattino deve essere cambiato senza indugio.

Un certo Giuanin d’la doja

Sales e Bellone, in fuga da Torino, si ricordano di uno strano personaggio che potrebbe fare al caso loro: si chiama Giovanni ed è un avventore abituale delle osterie di Callianetto, una frazione di Castell’Alfero, in provincia di Asti. Proprio per questo, in paese si è guadagnato il soprannome di Giuanin d’la doja (Giovanni del boccale). In più, Callianetto è protetta da fitti boschi, luogo ideale per riorganizzare le idee e la propria attività al riparo da sguardi indagatori.

Il buon Giuanin è un contadinotto pacato, amante della tavola (e delle botti di vino), sempre in giro con un bel tricorno sul capo. I due hanno trovato la loro Musa e Giròni può tranquillamente cambiare nome. In un borgo del basso Piemonte nasce così la futura maschera di un’intera Regione: Giuanin d’la doja, contratto in Gianduja.

Gianduia 1
Gianduja

Gianduja diventa famoso

Il nostro Gianduja ha dunque codesto aspetto: il tricorno, un codino che spunta da sotto al cappello, una bella giacca marrone bordata di rosso, calzoni corti e lunghe calze, che terminano in un lucido paio di scarpe con la fibbia.

Il suo carattere prende le mosse da quello piemontese per definizione: conservatore ma leale, dal sorriso benevolo, caritatevole e gioviale, amante della buona cucina e della sua Regione. Un vero gentiluomo. Tanto da diventare addirittura una bandiera del Risorgimento, con la comparsa di una coccarda tricolore sul tricorno durante le Guerre d’Indipendenza.

Oltre che gli animi risorgimentali, il suo copricapo ispirerà anche il cioccolato torinese al gusto gianduia e i cioccolatini che diventeranno il simbolo di un’intera città: i celeberrimi gianduiotti. Non solo: sempre in ambito culinario, alla maschera piemontese si ispireranno anche le “caramelle Gianduja”, che nulla hanno a che vedere con il cioccolato e che oggigiorno è sempre più raro trovare in giro. Si tratta di caramelle dalla forma circolare, del colore dell’ambra. Venivano prodotte in grandi calderoni di rame con zucchero e aromi di frutta: il liquido denso, poi, si solidificava in stampi o direttamente su grossi tavoli, assumendo la forma di una larga lente dorata. Quando la caramella veniva comprata, si toglieva dall’incarto esagonale che raffigurava la maschera stessa attorniata da tutte le altre – un incarto bellissimo, d’altri tempi – e si appoggiava su una superficie dura. Fatto ciò, si rompeva con un colpo secco, per essere gustata a piccoli tocchi da tutti i commensali. La loro comparsa in pasticceria (e sulle tavole dei torinesi) dava ufficialmente inizio al carnevale.

Gianduia 2
Le caramelle Gianduja

Oggi, sebbene in misura leggermente inferiore rispetto a qualche decennio fa, la presenza di Gianduja sul territorio piemontese durante i giorni del carnevale è ancora ben radicata.

In molte località la maschera visita le scuole e gli ospedali distribuendo gianduiotti e caramelle, spesso accompagnata dal suo alter ego femminile, Giacometta, per poi comparire trionfante nelle piazze durante le feste.

A Callianetto rimane, in memoria della sua nascita, una costruzione di circa 300 anni, che la tradizione vuole essere il luogo in cui, protetti dai boschi limitrofi, Giovanni e Gioacchino plasmarono la loro creazione più riuscita. È il ciabot d’ Gianduja, dal 1949 monumento regionale.

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Ciabot d’ Gianduja

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie su Torino e il Piemonte

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