Storia del Buco di Viso, il primo traforo alpino

Il Buco di Viso: quando i tunnel alpini si scavavano a mani nude.

Molto tempo prima della questione TAV, Francia e Italia già si interrogavano su come creare un collegamento attraverso le montagne per collegare i rispettivi Paesi. A quei tempi, nel basso Medioevo, i commerci transalpini erano funestati dalle lungaggini pratiche degli spostamenti, dalle imboscate dei briganti e, come se non bastasse, dal rischio di cadere nei crepacci o di finire sotto una valanga.

Valicare le Alpi non era mai stato facile (Annibale insegna), ma con il passare degli anni e l’aumento dei traffici commerciali urgeva trovare una soluzione. Fu così che nel 1479, a una quota di 2.882 metri, vide la luce il primo traforo alpino della Storia: il Buco di Viso.

A cura di Gabriele Richetti

L’intuizione del marchese di Saluzzo

Promotore dell’opera fu un personaggio ostile ai Savoia, un uomo di idee filofrancesi. Si tratta del marchese di Saluzzo, al secolo Ludovico II Del Vasto: desideroso di proteggere i commerci del suo territorio con la Francia, ideò un traforo che consentisse di evitare il passaggio dal Colle delle Traversette, un centinaio di metri più in alto, pericoloso in quasi tutte le stagioni a causa dei sentieri impervi e del clima imprevedibile.

I territori di Saluzzo erano infatti interessati da un grande flusso commerciale verso la Provenza e le zone dell’antico Delfinato (in origine i traffici tra le due zone fiorirono soprattutto grazie alla presenza delle saline nel sud della Francia, che consentirono successivamente la nascita della famosa figura degli “acciugai”).

Dopo l’accordo di Arles, nel 1479 iniziarono i lavori. Stava per nascere il primo traforo alpino costruito dall’uomo.

Costruzione del Buco

Il Buco di Viso fu scavato a 2.882 mslm, poco sotto il Colle delle Traversette, sotto la cresta del monte Granero. Si lavorò esclusivamente nei mesi estivi, vista l’abbondante neve sempre presente a quelle quote. I mezzi esplosivi a scopo di ingegneria all’epoca erano sconosciuti e perciò per sbriciolare la roccia si usarono ferro, fuoco, acqua bollente e aceto. Trattasi di un metodo descritto nell’antichità da Diodoro Siculo: si incendiava della legna accatastata sulla roccia, che subiva un primo processo di calcinazione per poi essere bagnata in grandi quantità con acqua bollente e aceto, così da poter essere finalmente friabile e quindi picconata.

Si procedette soltanto dal versante italiano vista l’impossibilità di eseguire precisi rilievi topografici, con giusto due-tre uomini a scavare in avanzamento.

Senza illuminazione, il Buco di Viso aveva un’altezza di due metri e mezzo e una larghezza di due, appena sufficiente al transito di un animale da soma.

Nell’estate del 1480, dopo la pausa invernale, i lavori al traforo erano finiti.

Buco di Viso 1
Il Buco di Viso

Storia commerciale e declino del Buco di Viso

Le cronache dell’epoca ci tramandano numeri impressionanti: dopo il completamento dell’opera i commerci tra Francia e Italia ebbero una vera e propria impennata, con transiti di vino, riso, stoffe, cavalli e più di 20 mila sacchi di sale all’anno.

Il tunnel fu utilizzato anche a scopo bellico, con il passaggio di artiglieria e di truppe verso una o l’altra parte, e come mezzo di fuga (lo stesso marchese Ludovico lo utilizzò per scappare in Francia) e passaggio per diversi monarchi francesi durante le loro discese in Italia.

Purtroppo, circa un secolo dopo la sua apertura, essendo stato il Marchesato di Saluzzo annesso al Ducato di Savoia, il tunnel iniziò un lungo periodo di declino. I Savoia, che esercitavano da lungo tempo diritti doganali sui valichi del Moncenisio e del Monginevro, decisero di chiuderlo, ostruendolo, per evitare poco salutare auto concorrenza sui dazi.

Negli anni seguenti gelo, frane e conflitti militari fecero il resto. Il Buco di Viso cadde in stato di abbandono, nonostante sporadiche richieste di riapertura provenienti da entrambi i versanti.

Nel 1837, addirittura, gli abitanti piemontesi della zona cercarono di riaprirlo di propria iniziativa: il flusso migratorio di quegli anni era notevolmente aumentato e l’antico (e rapido) passaggio sarebbe decisamente tornato utile. Ci riuscirono, ma il Buco era difficilmente percorribile: alcune zone erano franate e il passaggio doveva essere necessariamente fatto a carponi, senza portare con sé animali.

Buco di Viso 3
Ingresso lato Italia

Finalmente la riapertura

Nel 1907, finalmente, grazie all’intervento statale e della sezione CAI di Torino, furono ripresi i lavori. Nel 1998 l’interno della galleria è tornato ad essere praticabile, fino ad essere completamente riaperto al pubblico nel 2014 (con le dovute accortezze: torcia e caschetto protettivo obbligatori). In inverno, tuttavia, la galleria viene chiusa da entrambe le parti per evitare l’accumulo di neve e ghiaccio all’interno. All’inizio della stagione calda è ormai consuetudine la riapertura bilaterale del Buco di Viso.

La lunghezza non è più quella originaria di 100 metri, ma è scesa a 75 a causa dell’erosione dei fianchi del monte Granero. Nonostante il costo pagato dal Buco di Viso al tempo sia stato di 25 metri, la memoria di questo antico passaggio non è mai andata persa. E come avrebbe potuto, trattandosi del primo traforo alpino della Storia.

Buco di Viso 2
Ingresso lato Francia

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie su Torino e il Piemonte

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