Francesco Delpero, il feroce bandito piemontese

Sulle orme di uno dei più brutali briganti piemontesi.

I briganti ottocenteschi, è risaputo, possono appartenere generalmente a due distinte categorie. La prima: personaggi cavallereschi, alla Robin Hood per intenderci, dal temperamento ardito e graditi alle folle, che rivedono in loro esempi di coraggiosa ribellione al sistema.

La seconda categoria, molto meno onorevole, è quella dei banditi tagliagole, dalla barba nera, avvolti in logori tabarri, spesso nascosti nel buio delle strade come predatori notturni e pronti a depredare (se non a uccidere) il malcapitato bersaglio.

Francesco Delpero, nato a Canale il 18 settembre del 1832, appartiene decisamente al secondo gruppo.

A cura di Gabriele Richetti

L’inizio delle scorribande

Dopo un inizio di carriera da calzolaio a Racconigi, Francesco Delpero, svogliato per natura, intraprende la via del crimine. A sedici anni colpisce con un coltello un delegato di pubblica sicurezza, dandosi poi alla fuga. Ancora ragazzo è condannato a vent’anni di galera da scontare a Genova per un’aggressione a mano armata sulla strada tra Saluzzo e Torino. Tuttavia, nel 1857, Delpero riesce a evadere grazie a una finta rissa tra detenuti, che si trasforma in fuga. Durante la colluttazione, una guardia rimane uccisa dopo essere stata disarmata dal furfante, colpita dal suo stesso fucile.

Alto, corpulento, con una folta barba nera, diventa in breve tempo famoso in tutto il Piemonte. Sostentandosi con rapine e furti, con i suoi complici inizia a terrorizzare la zona delle Langhe e del Roero: uccide contadini, deruba mercanti, tortura donne. Delpero non mostra pietà per nessuno. In futuro confesserà che per lui uccidere un uomo è come uccidere un pollo. Anche per questo il popolo non sta dalla sua parte, come invece era accaduto per altri briganti, vista la sua ferocia anche verso i più deboli e umili. Persino Edmondo De Amicis ne descriverà l’aspetto diversi anni più tardi: “Egli era un assassino tutto di un pezzo, una belva crudele e stupida, che uccideva inutilmente, e torturava prima di uccidere, e infieriva contro i cadaveri; uno sgozzatore di ragazzi, acceso di libidini orrende, perverso e feroce fin nel midollo delle ossa”.

Francesco Delpero 1
Illustrazione di Francesco Delpero

Un bicchiere di troppo

L’eco delle sue imprese giunge ovviamente fino a Torino: l’opinione pubblica si scaglia contro i governanti, incapaci di arrestare una tale scia di sangue. Il malcontento tra la popolazione aumenta e i carabinieri non sanno più cosa fare. Il destino ha però deciso che i delitti di Delpero devono, in un modo o nell’altro, terminare.

E’ la sera del 5 agosto 1857. Siamo a Vigone, a sud di Torino, all’Albergo dell’Orso. Sembra essere una sera come tante, con avventori più o meno galantuomini che si ingozzano di cibo e tracannano vino sui tavolacci di legno. L’oste, mentre tiene d’occhio la situazione, si accorge che due clienti sono particolarmente sospetti e preferisce avvisare due carabinieri che erano di pattuglia in quella zona.

Arrivati sul luogo, i carabinieri chiedono i documenti ai due brutti ceffi. Nel frattempo, arriva un terzo carabiniere. All’epoca la statura si controlla facendo alzare in piedi l’interessato. Uno dei due fermati, il più alto, messo alle strette tira fuori una pistola e spara, ma l’arma fa cilecca. Ne nasce un feroce corpo a corpo all’interno della locanda, con colpi da ambo le parti. Dopo una terribile lotta i due avventori vengono arrestati: si tratta di Francesco Delpero e di uno dei suoi complici, Angelo Allegato. La notizia della cattura si sparge rapidamente nelle valli: a Pinerolo, dove transitano i due, si raduna una grande folla, e anche a Torino, dove infine Delpero e Allegato sono incarcerati, il tumulto è grande. La popolazione vuole vedere, almeno da lontano, quel brigante che per mesi ha messo a ferro e fuoco le campagne.

Francesco Delpero 2
La cattura di Delpero

Il processo

Inizia il processo. Delpero confessa pochissimi crimini, nemmeno troppo gravi. Ma le testimonianze e le prove contro di lui sono troppe: rapine con omicidio a danni di contadini, l’uccisione di due dodicenni considerati scomodi testimoni a Pocapaglia (luogo peraltro già noto per un altro fatto di cronaca nera), gli assalti ai viaggiatori nelle zone delle Langhe, l’assassinio di due carabinieri, le cascine depredate. Dunque, per condannare Delpero c’è abbastanza. Ma i complici? Impensabile che il bandito abbia fatto tutto da solo.

Dopo la fuga da Genova, si suppone che il brigante si sia rifugiato da una vedova di Bra, detta Madrina, scostumata madre di un detenuto conosciuto proprio al bagno penale ligure, Bartolomeo Dogliani. La donna viene arrestata insieme alla figlia Marianna. Poco dopo si costituisce il terzo figlio della donna, Giovanni. E’ soltanto l’inizio: in breve tempo la banda è riunita: sono incarcerati altri cinque complici (Antonio Bonino, Francesco Piumati, Giovanni Aimasso, Giuseppe Piovano, Giacomo Nervo); nessuno di loro supera i trent’anni.

Uno di questi, Giovanni Aimasso, conciatore di diciannove anni, inizia a collaborare, sperando forse nella clemenza della Corte. Racconta tutto e la storia combacia proprio con quanto sospettato dai carabinieri: dopo la fuga da Genova, Delpero si era recato dalla vedova, dove aveva conosciuto i suoi futuri complici e trovato un covo perfetto per la pianificazione delle proprie scorrerie. Aimasso descrive i delitti e il ruolo avuto da tutti i complici. Il processo può finalmente cominciare.

Probabilmente non tutto ciò che Aimasso confessa è vero. In aula si eccede con le esagerazioni e Delpero diventa la soluzione politica a diversi casi di cronaca nera mai risolti. E’ lo stesso furfante ad esclamare in udienza: “E’ la mia fama che mi tradisce. […] Basta l’omicidio del guardiano di Genova per mandarmi a morte. Più di una testa non possono prendermi!”. Nonostante un tentativo di suicidio (Delpero tenta di fracassarsi la testa contro i muri della cella), le otto udienze si tengono regolarmente presso la Corte d’Appello di Torino, tra il 19 aprile e il 1° maggio del 1858.

Sentenza e condanne

La sentenza è inclemente, vista la gravità dei reati ascritti alla banda. Vengono assolti la vedova con la figlia, Allegato e Piumati. Nervo viene condannato a 15 anni di lavori forzati, mentre Delpero, Dogliani, Bonino, Piovano e Aimasso sono condannati a morte (la condanna di quest’ultimo, vista la collaborazione e il ruolo avuto nel processo, viene commutata in lavori forzati a vita). Delpero ha ventisei anni, Piovano e Bonino ne hanno appena compiuti ventuno, mentre Dogliani è addirittura minorenne. Può sembrare esagerato, anche tenuto conto del ruolo abbastanza marginale avuto dai complici durante i crimini, ma la pressione dell’opinione pubblica è fortissima. In più la classe politica dirigente vuole una sentenza esemplare, per placare gli animi degli oppositori.

Le condanne devono essere eseguite a Bra, nel pieno della zona che i briganti avevano terrorizzato per mesi, quasi come un esempio. Il comune tenta in ogni modo di far spostare il luogo del supplizio a Torino, ma senza successo. Il patibolo è fabbricato apposta per l’occasione da un falegname della città, per un compenso di 90 lire. All’esecuzione sarà presente anche il celebre boia torinese Pietro Pantoni.

Francesco Delpero 3
La città di Bra

Il 31 luglio del 1858, alle 4 di mattina, con un incredibile dispiegamento di funzionari e forze armate per prevenire tumulti, Delpero e la sua banda trovano la morte per impiccagione. Prima di indossare la corda, uno stranamente dignitoso Francesco Delpero confesserà di avere commesso in realtà 12 omicidi (molti di più dei sette ascrittigli al processo), esortando i presenti a non prendere esempio da lui.

Tardiva redenzione od ostentazione di sarcasmo? Non ci è dato saperlo, ma la risposta stava sicuramente sotto la sua barbaccia nera.

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità storico-letterarie su Torino e il Piemonte

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