Matteo Olivero, il divisionista della Val Maira

Fu definito il pittore della neve e della luce, i due aspetti che più ne influenzarono vita e arte.

In certe valli esistono tramonti che durano più a lungo. In Piemonte, ad esempio, soprattutto nella stagione invernale, alcune luci sembrano non voler abbandonare il giorno, rischiarando i campi innevati fino all’ultimo attimo possibile.

E’ il momento migliore della giornata per riuscire furtivamente a catturare l’ultimo pigro sole prima che si addormenti dietro le montagne, sopra stambecchi e comignoli di baita.

Sono le ore in cui gli artisti escono allo scoperto, a derubare la giornata di quei bagliori che sembrano eterni. Matteo Olivero, il divisionista della Val Maira, lo sapeva bene.

A cura di Gabriele Richetti

Matteo Olivero da Pratorotondo

Matteo Olivero nasce nel 1879 a Pratorotondo, frazione del piccolo comune di Acceglio, nel saluzzese. Orfano di padre appena bambino, Matteo sviluppa un legame molto profondo con la madre, alla quale rimarrà legato – quasi in simbiosi – per tutta la vita.

Appena dodicenne si trasferisce a Cuneo, dove inizia a manifestare le prime abilità pittoriche dedicandosi allo studio della luce, elemento che sarà centrale in tutta la sua produzione artistica negli anni a venire.

Autoritratto di Matteo Olivero

La bravura non tarda ad emergere, tanto da permettergli di trasferirsi con la madre a Torino per frequentare l’Accademia Albertina di Belle Arti, dove perfezionerà il tratto e si avvicinerà anche alla scultura.

Nel 1900, all’Esposizione Universale di Parigi, entra in contatto con la corrente divisionista, diventandone uno degli esponenti più genuini, al pari di grandi interpreti quali Giovanni Segantini e Giuseppe Pellizza da Volpedo. Frequenta i salotti della capitale francese, confrontandosi con grandi artisti (incontrerà Rodin) e critici d’arte.

Nonostante tutto, dentro di sé ha la percezione di appartenere ad un altro mondo. Un mondo di ricordi, lontano dallo sfarzo dei salotti parigini. Nel 1902 fa così ritorno ad Acceglio, tra i luoghi che gli erano stati cari da ragazzo, per dedicarsi completamente alla pittura, lontano dalla competizione dei grandi centri urbani.

Pittore della neve e della luce

Tornato ad Acceglio, il carattere già introverso di Matteo Olivero diventa progressivamente più schivo. Nascosto alla vista del mondo, frenato in qualsiasi relazione sociale dal rapporto di fedeltà assoluta verso la madre, l’artista riversa il suo anticonformismo interiore nella florida produzione pittorica. “La natura solo mi è maestra” era solito ripetere.

Nelle sue opere si intravvede il profondo legame verso la sua terra, le sue montagne. Le valli che tanto ama sono protagoniste indiscusse delle sue tele, nei loro momenti più riservati: una processione, una fila di baite immerse nella neve, una donna che cammina pensierosa al tramonto. Tutto emana un senso nostalgico del passato, una sorta di rifugio nella umile natura che ci circonda, lontano dagli eccessi e dai vizi cittadini.

Neve a Casteldelfino

La luce diventa, come detto in precedenza, la sua ricerca di vita: non soltanto semplice elemento accessorio ma strumento attraverso cui Matteo Olivero imprime negli occhi dello spettatore un profondo senso evocativo e di abbandono alla montagna che tanto ama. Inizia ad essere chiamato il pittore della neve e della luce.

Solitudine a Frere di Acceglio

Nel 1930 un elemento turba non soltanto l’arte, ma la stessa vita dell’artista: la madre, malata, muore, lasciandolo solo. Matteo si sente perso, non avendo sviluppato alcun legame al di fuori dalla famiglia per tutta la vita. Persino la natura da lui tanto considerata perde l’effetto salvifico da sempre avuto. Nulla pare più avere senso senza la compagna di una vita.

Nella primavera del 1932, un mattino di aprile, Matteo Olivero apre come ogni giorno la finestra dell’abbaino nel suo studio a Verzuolo. Sul piedistallo una tela completa per metà, dal titolo Serenità, con un angolo fiorito e un grande prato. L’estremo richiamo alla montagna.

La tavolozza rimarrà per sempre sullo sgabello, tra pennelli e canovacci. Matteo Olivero si lancia nel vuoto, ormai troppo stanco per continuare la propria vita di solitudine, trovando la morte. Chissà se negli occhi avrà rivisto i giorni sereni insieme alla madre, nella modesta casa della Val Maira, mentre fuori nevicava. Il camino crepitava, emanando una luce sempre diversa e sempre nuova.

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità su Torino e il Piemonte, a cura di Gabriele Richetti

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