La “caccia selvaggia”: quando il suono dell’aldilà rimbomba tra le Alpi

Schiere di anime dannate si rincorrono nel cielo, tra lampi e fragore di tuoni.

Lo stanco viandante arrancava, sprofondando nella neve fino alle ginocchia. Era in marcia da molte ore ormai: la tormenta l’aveva sorpreso a pochi chilometri dal villaggio. Ancora un valico, un’ultima fatica e avrebbe finalmente potuto posare lo zaino e mangiare un pezzo di formaggio prima di rifugiarsi sotto le coperte.

Fantasticando di queste e di altre cose, il viandante non si accorse che il vento, insieme alla neve pungente, stava trasportando qualcos’altro. All’improvviso si arrestò: vedeva lontane le luci delle prime baite, ma non fu quello ad attirare la sua attenzione. Un rimbombare di zoccoli, accompagnato da urla selvagge e da lampi, quasi lo tramortì dalla paura. Si volse di scatto e la vide, proprio sopra la sua testa. Non avrebbe mai più rivisto il proprio villaggio. La “caccia selvaggia” era lì, dietro di lui, e reclamava l’ennesima anima da ghermire alla vita terrena.

A cura di Gabriele Richetti

Alle origini del mito

Originario dell’Europa centro-settentrionale, il mito della cd. “caccia selvaggia” interessa anche le nostre montagne. La struttura della leggenda è la seguente: un corteo infernale, capeggiato da un essere superiore, si lancia all’inseguimento di animali mostruosi (in cielo o in terra, a seconda delle versioni) producendo un baccano sovrumano. Fulmini, vento gelido e urla demoniache accompagnano le anime dannate che solcano furiose il cielo.

L’immagine di schiere di creature provenienti dal mondo ultraterreno è profondamente diffusa nella mitologia celtica e norrena, dove armate di soldati dei secoli passati, antenati e parenti defunti, in determinati momenti dell’anno, ritornano sulla Terra a reclamare anime, le vere prede della loro caccia.

La caccia selvaggia

L’aspetto escatologico è fondamentale: il destino di chi ha la sfortuna di imbattersi nella caccia selvaggia è infatti segnato; se non direttamente in quel momento, il malcapitato lascerà il mondo dei vivi nei mesi successivi, per unirsi alle anime dannate dell’aldilà. In altre versioni, la visione della caccia è presagio di sventure per la famiglia o per il paese di colui che se ne imbatte.

Nata in epoca remota, la leggenda assume aspetti più “moralistici” con la progressiva cristianizzazione delle aree alpine. Nei secoli più recenti, si diffondono versioni in cui, con il pentimento o con l’intervento di un religioso, l’anima di chi si trovi ad incontrare i dannati si può ancora salvare. Neppure l’età di mezzo è sconosciuta al diffondersi del mito, che ritroviamo nell’opera di Dante, Boccaccio e Tasso.

La caccia selvaggia in Italia e in Piemonte

Adottata anche dal folklore alpino, la caccia selvaggia ha, in tutte le versioni nostrane, ambientazione comune. Le possibilità di imbattersi nel mostruoso gruppo sono limitate alle zone impervie, alle creste più alte, soprattutto di notte: in luoghi, insomma, dove non bisognerebbe avventurarsi e dove comanda la paura dell’ignoto. Soprattutto nei secoli scorsi, quando i tragitti notturni in montagna erano decisamente più pericolosi di oggi, poco illuminati e connotati da un grande senso di selvatico mistero.

Un’altra caratteristica comune, nelle varie versioni, è rappresentata dai periodi più favorevoli alla caccia: i giorni tra Natale e l’Epifania, la notte di Ognissanti e la notte di Valpurga. Tutti periodi (cristiani o pagani che siano) in cui i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti si sfiorano fino a toccarsi, lasciando aperte certe porte, fortunatamente chiuse nei restanti giorni dell’anno.

A seconda della zona, tuttavia, la Storia ci tramanda diversi nomi dei protagonisti di questa battuta ultraterrena: in Italia è Teodorico il Grande che capeggia la schiera di cacciatori. Questo perché il re ostrogoto è a sua volta legato ad una leggenda: armatosi di tutto punto per cacciare una cerva dalle corna d’oro, il sovrano venne trasportato dal suo cavallo imbizzarrito fino al cratere dell’Etna (una leggenda trattata, con alcune modifiche, anche da Giosuè Carducci).

Proseguendo, in Francia alla testa del gruppo vi è Carlo Magno, in Britannia Re Artù, mentre Odino guida l’orda nei Paesi Scandinavi. E proprio quest’ultima versione è quella che ha più a che vedere con il nostro Piemonte, dove la caccia selvaggia è conosciuta come Corteo d’la Berta.

Teodorico insegue la cerva dalle corna d’oro

Berta o Perchta

Chi è perciò Berta, la figura che denota la caccia selvaggia in Piemonte?

Berta (Perchta o Berchta in alcune versioni) è una divinità del folklore alpino precristiano. Di origine germaniche, è riconducibile ad una delle mogli di Odino. Profondamente connessa con la natura, è protettrice delle bestie e custode della caccia. In contrasto con l’etimologia del suo nome (luminosa, radiosa, bianca) Berta è spesso rappresentata con le sembianze di un demone, vendicativa e deforme.

Ciò è dovuto alla progressiva opera di mistificazione ideologica di matrice cristiana: la signora della luce, della neve e della natura iniziò, da un certo momento in poi, ad essere rappresentata come un’anziana megera, al fine di eradicarne il culto dal territorio. Sparita la versione protettiva, che visitava le baite lasciando doni e benedicendo i campi, rimase l’immagine perfida e alienata creata dalla Chiesa.

Versione cristiana della caccia selvaggia

In certe zone della Regione, in particolar modo in Valle Grana, il suo nome è rintracciabile in diversi toponimi, a simboleggiare la stretta connessione, ancora oggi, delle nostre tradizioni con il mondo magico e ultraterreno di origine germanica. Durante le notti più fredde, quando il vento sibila tra le cime, le stelle non brillano e la tormenta pare trasportare i lamenti infernali della caccia selvaggia, le donne anziane della valle guardano fuori dalla finestra, scuotendo la testa. Qualcuno, tanto tempo prima, aveva raccontato loro di non uscire di casa in notti come quelle e di pregare per gli sventurati che invece fossero tra i monti. Aveva consigliato alle allora fanciulle di coricarsi sotto le coperte, lasciando la candela accesa, e di ricordarsi – per farsi forza – che Berta non è stata sempre malvagia, anzi: che quei fiocchi di neve, in realtà, non sono semplici cristalli, ma i batuffoli di lana della coperta della divinità, che cadono sulle valli dalla sua finestra mentre scuote i teli del proprio giaciglio.

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità su Torino e il Piemonte, a cura di Gabriele Richetti

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