L’Alpestre, il liquore forte come un colpo di archibugio

Un distillato di più di trenta erbe la cui ricetta si tramanda di generazione in generazione…

Non capita tutti i giorni di leggere una storia come questa. Una storia che parla di un liquore alle erbe dal doppio nome, che unisce i due Paesi cugini per eccellenza e la cui ricetta è segreta da più di centocinquant’anni.

Si tratta dell’Alpestre, noto a chi è più avanti negli anni anche come Arquebuse, un distillato protagonista della zona di Lione prima e del Piemonte poi da oltre un secolo e mezzo.

A cura di Gabriele Richetti

Correva l’anno 1857…

E’ il 1857 quando padre Emanuele, nella zona francese del fiume Gier vicino a Lione, mette a punto la ricetta di un nuovo liquore alle erbe ricorrendo alle sue competenze di profondo conoscitore dei prodotti officinali.

Il frate decide di battezzarlo come “Eau d’Arquebuse”. La bevanda si compone di più di trenta erbe, tra cui menta, salvia, genziana, finocchio, iperico, genepì, verbena, valeriana e tanaceto. Proprio quest’ultimo ne costituisce l’ingrediente principale. Le erbe (alcune secche e altre fresche) vengono fatte macerare lentamente nell’alcool e poi distillate con alcune regole inviolabili: mai aggiungere zucchero alla preparazione e l’invecchiamento in botti.

Tanaceto

L’origine del nome

Ufficialmente, il liquore prende il nome dalla finalità per cui veniva utilizzato in quegli anni, cioè alleviare nell’immediato le ferite causate dagli archibugi dell’epoca. Anche se nato come bevanda officinale per i frati, questa sarebbe la versione ufficiale. Tuttavia, alcuni sostengono che, data la gradazione alcolica molto alta del distillato (anche fino a 45°), il colpo di archibugio sia quello che riceve nello stomaco il temerario bevitore non appena dato il primo sorso.

In ogni caso, in Francia l’Arquebuse ha da subito un grande successo, tant’è che il governo ne invia periodicamente delle scorte ai propri militari di stanza nelle colonie.

Da Lione a Carmagnola

La storia del distillato è però destinata a prendere una nuova piega. Nei primi anni del ‘900, a causa della forte politica anticlericale portata avanti dal governo francese, i monaci ideatori della bevanda oltrepassano la frontiera, stabilendosi in Piemonte, precisamente a Carmagnola.

Pubblicità del 1927

Custodi dell’antica ricetta, i successori dei primi creatori aprono una nuova distilleria in terra piemontese, portando avanti la tradizione della bevanda.

Nel 1929 un ulteriore cambiamento. Il mercato, che aveva accolto favorevolmente l’Arquebuse, inizia a far intravvedere le prime contraffazioni. Chiunque può usarne il nome per le proprie preparazioni. Urge proteggere la ricetta originale con un nome nuovo. In quegli anni, inoltre, la propaganda fascista sconsiglia l’uso di nomi stranieri, prediligendo tutto ciò che è italiano.

Ecco, dunque, che l’Arquebuse diventa l’Alpestre, il nome con cui è giunto fino ai giorni nostri e che ha permesso al liquore di sopravvivere ai cambiamenti. La denominazione sarà anche cambiata, ma il profumo naturale di erbe che si prova degustando l’Alpestre è il medesimo di 160 anni fa.

Aromatico, fresco, digestivo, tonico. Chiedere ai piemontesi per conferma.

Bottiglia di Alpestre

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità su Torino e il Piemonte, a cura di Gabriele Richetti

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