Salgari, Pavese, Levi: un comune e tragico epilogo

Tre grandissimi scrittori, accomunati da una città e dal destino…

Torino, una città di letterati. E’ sotto gli occhi di tutti quanto la nostra città sia sempre stata legata a filo doppio con la cultura. Decine di scrittori hanno vissuto nel capoluogo piemontese, perché qui nati o adottati nel pieno della loro produzione artistica, e non basterebbero certamente queste righe per elencarli tutti.

Ciò che si vuole qui evidenziare è come almeno tre di questi grandissimi uomini di cultura a Torino abbiano trovato anche la morte. Non per cause naturali o malattia, ma per una libera scelta: quella di porre fine alla propria dolorosa esistenza.

Emilio Salgari, Cesare Pavese e Primo Levi: tre giganti della letteratura. Tre suicidi a Torino.

A cura di Gabriele Richetti

Emilio Salgari e il suo drammatico seppuku

Salgari è stato uno degli scrittori adottati da Torino. Nato a Verona, è conosciuto per essere il creatore del Corsaro Nero, di Sandokan e dei pirati della Malesia, oltre che per la sterminata produzione romanzesca.

Il suo trasferimento definitivo nel capoluogo piemontese è datato 1900: abitò in Corso Casale, prima al civico 298 e poi al 205. Paradossalmente, in contrasto con l’ambientazione delle sue storie e dei personaggi creati, Salgari viaggiò pochissimo. La sua fantasia fu però stimolata dagli atlanti e dizionari della Biblioteca Civica di Torino, di cui era quotidiano frequentatore.

Nonostante la mole della sua opera, le condizioni economiche della famiglia furono costantemente critiche, anche a causa della malattia psichiatrica della moglie Ida, che richiedeva cure molto costose per l’epoca. Braccato dagli editori e dai continui esaurimenti nervosi (negli ultimi momenti della sua vita fumava un centinaio di sigarette al giorno) decise di farla finita nel 1911, dopo il definitivo ricovero della moglie in manicomio.

Rimasto solo con i quattro figli, stanco e stressato, la mattina del 25 aprile 1911 Salgari lasciò sul tavolo una serie di lettere e uscì di casa. Prese il tram come suo solito e si incamminò nel Parco di Villa Rey, sopra la chiesa della Madonna del Pilone.

Il corpo venne trovato da una lavandaia: lo scrittore aveva scelto di morire in maniera tragica e, in qualche modo, “esotica” come i protagonisti delle sue mille storie, secondo il rituale giapponese detto seppuku (conosciuto anche, nella forma parlata, come harakiri). Guardando il sole, Salgari si era squarciato il ventre con un rasoio, tagliandosi poi la gola (in mancanza del fendente di spada del cerimoniale nipponico). Aveva lasciato scritto:

A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”.

La Stampa dell’epoca

L’infinito dolore esistenziale di Cesare Pavese

Anche Cesare Pavese, tra le più grandi personalità letterarie di tutto il ‘900, fu torinese di adozione. Nato a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe cuneesi, si trasferì a Torino in età scolastica. Di famiglia agiata, Cesare fu costretto a crescere velocemente dopo la morte del padre, avvenuta quando lo scrittore aveva cinque anni, rimanendo sempre legato alla campagna dove era nato, un luogo che influì sulla produzione letteraria al pari dei movimenti della grande città e della letteratura americana.

Ebbe una vita travagliata non soltanto all’esterno, ma in particolar modo dentro di sé. Poeta, romanziere, intellettuale, traduttore, professore: Pavese fu questo e molto altro. Tutta la sua esistenza fu permeata da una latente depressione e disillusione verso una vita spesso disprezzata. Un profondo disincanto verso ciò che il mondo poteva offrire ad un’anima così tormentata. Né il Premio Strega né i fugaci amori che incontrò riuscirono a mitigare quel senso di sofferenza continuo che Pavese provava.

Il 18 agosto del 1950 concluse il suo diario con una riga che ne anticipava il definitivo epilogo: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Il 26 agosto prese una camera all’Hotel Roma di Piazza Carlo Felice a Torino. Provato dall’ennesima delusione amorosa (con l’attrice Constance Dowling) e sempre più preda di un troppo forte disagio esistenziale, Cesare Pavese venne trovato senza vita nella sua camera il 27 agosto. Accanto al corpo diverse buste di sonnifero e una copia di Dialoghi con Leucò, sulla cui prima pagina il grande intellettuale aveva riportato le sue ultime (e famosissime) parole: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Aveva 42 anni. Il corpo di Pavese riposa oggi nell’amata Santo Stefano Belbo.

Ultime parole di Cesare Pavese

Primo Levi, un suicidio o forse no?

Troppo intensa, troppo grande l’esistenza di Primo Levi per poterla riassumere in questi spazi. Una mente immensa, capace di coniugare sapientemente l’amore per le lettere e quello per la scienza, un connubio tra cui si divise per tutta la vita.

Primo Levi nacque, visse e morì nel medesimo palazzo, in Corso Re Umberto 75 a Torino. Fu uno dei primi testimoni-narratori dell’Olocausto, pur non abbandonando mai la propria attività di chimico, anche dopo il ritorno da Auschwitz. Dopo la pensione, nel 1975, si dedicò esclusivamente alla scrittura.

L’11 aprile del 1987, Primo Levi decise che la sua vita era giunta al capolinea. Quella mattina, la moglie Lucia era fuori casa. Da un mese Primo aveva sospeso gli antidepressivi dopo un intervento chirurgico.  La custode Iolanda verso le 11 suonò a casa Levi per consegnare della posta e venne ricevuta dallo scrittore, che le sorrise e ritirò i plichi in maniche di camicia. Il tempo di rientrare in casa e Iolanda sentì un forte botto. Nella tromba delle scale giaceva il corpo di un uomo, il volto nascosto dal sangue. Era il dottor Levi.

Incredibile anche solo pensare come una persona sopravvissuta agli orrori dei campi di sterminio, a distanza di quarant’anni, possa arrivare ad una decisione così drammaticamente definitiva. Ma l’animo umano, molte volte, è imperscrutabile. Gli eventi vissuti da Primo Levi sono inimmaginabili per chiunque, tanto da lasciare sospeso ogni giudizio o indagine psicologica sul suo gesto. Forse sono state queste considerazioni tanto banali quanto necessarie a velare la sua morte – subito etichettata come suicidio – di dubbi più o meno fondati.

Qualcuno sostenne che la caduta era stata causata dagli attacchi di vertigini di cui a volte soffriva Primo Levi, altri da un malore improvviso che colse lo scrittore proprio sul ciglio del mancorrente delle scale. Nessuno ha mai avuto il coraggio o la capacità di dare una risposta definitiva. Forse soltanto Primo Levi, che in cuor suo aveva deciso di porre fine alle ombre che ancora lo inseguivano, dopo quattro decenni, nei più nascosti angoli della mente. E che non sarebbero mai state sconfitte fino in fondo: il senso di colpa da sempre provato per essere sopravvissuto era più forte della voglia di continuare a vivere.

Tre giorni prima di morire aveva confidato a Giulio Einaudi: “Non riesco più a scrivere”.

I funerali si tennero il 13 aprile. Il rabbino lesse il Salmo 91:

Non temerai i terrori della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno. Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”.

Il palazzo di Corso Re Umberto 75

Autore: ilvasoditerracotta

Aneddoti e curiosità su Torino e il Piemonte, a cura di Gabriele Richetti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...