La “caccia selvaggia”: quando il suono dell’aldilà rimbomba tra le Alpi

Schiere di anime dannate si rincorrono nel cielo, tra lampi e fragore di tuoni.

Lo stanco viandante arrancava, sprofondando nella neve fino alle ginocchia. Era in marcia da molte ore ormai: la tormenta l’aveva sorpreso a pochi chilometri dal villaggio. Ancora un valico, un’ultima fatica e avrebbe finalmente potuto posare lo zaino e mangiare un pezzo di formaggio prima di rifugiarsi sotto le coperte.

Fantasticando di queste e di altre cose, il viandante non si accorse che il vento, insieme alla neve pungente, stava trasportando qualcos’altro. All’improvviso si arrestò: vedeva lontane le luci delle prime baite, ma non fu quello ad attirare la sua attenzione. Un rimbombare di zoccoli, accompagnato da urla selvagge e da lampi, quasi lo tramortì dalla paura. Si volse di scatto e la vide, proprio sopra la sua testa. Non avrebbe mai più rivisto il proprio villaggio. La “caccia selvaggia” era lì, dietro di lui, e reclamava l’ennesima anima da ghermire alla vita terrena.

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Le amiche di Luciana – Le sorelle Vera e Libera Arduino

La tragica fine delle sorelle Vera e Libera Arduino, eroine dell’antifascismo torinese.

Ci avviciniamo al 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Questa settimana propongo ai miei lettori un breve articolo che ho scritto per il blog Le amiche di Luciana. Racconta la storia delle sorelle Vera e Libera Arduino, vittime della cieca persecuzione nera nel marzo del 1945. Due ragazze tanto comuni quanto eroiche nei loro gesti quotidiani. Due giovani ingannate e inghiottite dalla notte, il cui ricordo continuerà ad illuminare la memoria di altri valorosi.

Le sorelle Vera e Libera Arduino

La mano di pietra in Corso Matteotti 45

Al civico 45 di Corso Matteotti, da più di un secolo, una mano di pietra spunta da un portone…

Torino e i misteri, una storia d’amore. Potrebbe tranquillamente intitolarsi così questa ennesima commistione tra la nostra città e quella scia di segreti che spesso la percorre in lungo e in largo.

Questa volta siamo in Corso Matteotti (Corso Oporto, per i nostri nonni), precisamente al civico numero 45, dove incontriamo un bel palazzo in stile eclettico. Ad una prima occhiata, tutto sembra assolutamente normale: passanti, parcheggi, una pensilina. Eppure. Eppure, se alziamo lo sguardo per posarlo appena sopra il portone, ecco che qualcosa di strano c’è eccome.

Si tratta di una mano in pietra, intenta ad indicare (o tenere) un foglio. Quasi invisibile anche all’osservatore più attento. Di chi è quella mano e, soprattutto, come è finita in Corso Matteotti?

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