I ragazzi del ’99 e Alberto Riva di Villasanta, l’ultimo caduto della Grande Guerra

La leggenda delle reclute nate nel 1899 e l’eroismo di una di loro, Alberto Riva di Villasanta.

“Li ho visti i ragazzi del ’99, andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera, cantavano ancora!” – Armando Diaz

Nel novembre 1917, subito dopo la rotta di Caporetto, fu mandata al fronte l’ultima nidiata di reclute italiane. Erano ragazzi precettati qualche mese prima, frettolosamente addestrati e inviati al fronte poco più che bambini per sopperire alle gravi perdite subite dal nostro esercito in quei giorni tumultuosi. Questi giovanotti, entusiasti e impreparati, passarono alla storia.

Erano i ragazzi del ’99.

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Monaci amanuensi e miniaturisti medievali tra demoni e conigli assassini

Alcune curiosità sull’attività di copiatura e sulle grottesche miniature medievali, al tempo in cui nel silenzio e nel buio dello scriptorium si celavano diavoleschi pericoli.

Il termine ‘amanuense’ deriva dalla locuzione latina a manu servus, che indicava in origine lo schiavo deputato alla copiatura manuale di un testo. Tale attività di copiatura e trascrizione ebbe diffusione soprattutto all’interno dei monasteri, ove continuò a svilupparsi fino all’introduzione della stampa a caratteri mobili.

Immobili, per ore, nella stessa posizione, seduti al proprio banco all’interno dello scriptorium (si ricordi l’immagine di questo luogo, ad esempio, ne “Il nome della rosa”), i monaci amanuensi erano esonerati dalle preghiere della terza, della sesta e della nona ora per poter usufruire di tutta la luce possibile senza perdite di tempo.

Torturati dai crampi alle dita e dal freddo pungente in inverno, non è difficile carpire il significato delle espressioni di riconoscenza che venivano riportate, al termine del lavoro, sull’ultima pagina del manoscritto (“L’approdo non è più gradito al marinaio di quanto non sia l’ultima riga del manoscritto allo stanco amanuense”). L’amanuense, inoltre, ringraziava spesso Dio o la Vergine Maria per averlo guidato fino alla conclusione dell’opera (“Laus tibi Christe quod liber explicit iste”).

Ma nel silenzio e nel buio dello scriptorium si celavano diavoleschi pericoli.

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Le cappelle del ritorno alla vita: quando i bambini non battezzati morivano due volte

Un itinerario a ritroso nelle valli alpine, al tempo in cui i neonati morti tornavano in vita per ricevere il battesimo.

Immaginate questa scena. Siamo agli inizi dell’800 in una valle piemontese. È pieno inverno e sta nevicando. Un contadino e sua moglie, avvolti nei mantelli, arrancano nella neve alla luce tremolante della torcia, affondando fino alle ginocchia, e tenendo in braccio un fagotto. All’interno, il loro ultimo figlio, nato e morto dopo pochi minuti, senza avere ricevuto il battesimo. Sono in marcia da qualche ora e si stanno dirigendo verso un santuario, una delle c.d. cappelle “del ritorno alla vita” o santuari à répit.

La storia di questi luoghi si perde nella notte dei tempi.

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