Monaci amanuensi e miniaturisti medievali tra demoni e conigli assassini

Alcune curiosità sull’attività di copiatura e sulle grottesche miniature medievali, al tempo in cui nel silenzio e nel buio dello scriptorium si celavano diavoleschi pericoli.

Il termine ‘amanuense’ deriva dalla locuzione latina a manu servus, che indicava in origine lo schiavo deputato alla copiatura manuale di un testo. Tale attività di copiatura e trascrizione ebbe diffusione soprattutto all’interno dei monasteri, ove continuò a svilupparsi fino all’introduzione della stampa a caratteri mobili.

Immobili, per ore, nella stessa posizione, seduti al proprio banco all’interno dello scriptorium (si ricordi l’immagine di questo luogo, ad esempio, ne “Il nome della rosa”), i monaci amanuensi erano esonerati dalle preghiere della terza, della sesta e della nona ora per poter usufruire di tutta la luce possibile senza perdite di tempo.

Torturati dai crampi alle dita e dal freddo pungente in inverno, non è difficile carpire il significato delle espressioni di riconoscenza che venivano riportate, al termine del lavoro, sull’ultima pagina del manoscritto (“L’approdo non è più gradito al marinaio di quanto non sia l’ultima riga del manoscritto allo stanco amanuense”). L’amanuense, inoltre, ringraziava spesso Dio o la Vergine Maria per averlo guidato fino alla conclusione dell’opera (“Laus tibi Christe quod liber explicit iste”).

Ma nel silenzio e nel buio dello scriptorium si celavano diavoleschi pericoli.

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